ROSSOSCH – OPERAZIONE ” SORRISO ” 10° ANNIVERSARIO

(Appunti ed impressioni di viaggio di un alpino che ha partecipato all’avvenimento) di Giancarlo Bianco

Rossosch. Questa località dal nome malamente pronunciabile geograficamente si trova a circa 900 kilometri a sud di Mosca, dopo Voronezh, a nord – ovest rispetto a Stalingrado (oggi ribattezzata Volgograd) ed in prossimità della riva destra del Don.

Qui, sul pennone antistante l’asilo infantile, accanto alla bandiera russa, sventola il tricolore italiano. Perché qui il grande cuore della solidarietà alpina dieci anni fa ha consegnato alla comunità di Rossosch una scuola realizzata sui resti di quella che era stata la sede del comando generale del Corpo d’Armata Alpino. Per non dimenticare l’immane tragedia che si e consumata nel gennaio 1943 durante l’ultimo conflitto mondiale. Per non dimenticare le migliaia e migliaia di penne mozze che hanno lasciato la vita in questa terra lontana, tutti giovani dei nostri monti e delle nostre valli molti dei quali sono ancora qui, dispersi. Per non dimenticare quanti di altri reparti e degli avversari sono rimasti vittime della stessa sciagura. A causa della follia umana.

Attraverso la sezione ANA di Firenze vengo a conoscenza che l’Associazione Nazionale Alpini ha organizzato un viaggio in occasione del 10° anniversario di attività dell’asilo di Rossosch. Forse un sogno si avvera, penso. Tanto ne ho sentito parlare e tanto ne ho letto che non posso perdere l’occasione e, nonostante le avversità, incitato anche dai familiari, confermo la mia adesione. Per completare la mia conoscenza dei luoghi e dei fatti, nel frattempo, mi documento leggendo l’ultima pubblicazione in materia: “Tutti i vivi all’assalto” di Alfio Caruso, una ricostruzione completa di quella che e stata la Ritirata di Russia.

E cosi, lo scorso 11 settembre, giovedì, alle ore 21.45, assieme ad altri 300 circa (altrettanti seguiranno due giorni dopo), mi ritrovo sul treno speciale notturno, carrozza numero 6 scompartimento 3 con 4 cuccette, che da una delle 9 stazioni di Mosca parte con destinazione Rossosch e con fermata intermedia a Liski da dove una parte di noi, io compreso, sara trasferita alla struttura alberghiera di appoggio, mentre l’altra parte proseguirà fino a Rossosch.

Ormai la notte e scesa; il buio ha avvolto ogni cosa e non consente di scrutare oltre il limite di qualche luce fioca che si incrocia di tanto in tanto; cosi assieme ai malcapitati coinquilini dello scompartimento (che non conoscono ancora i miei celebri concerti notturni), tre trentini di Borgo Valsugana, mi do alle chiacchiere finché, dopo la visita pastorale del Presidente Beppe Parazzini, gli occhi non ce la fanno più a restare aperti.

All’alba sono già sveglio e, sollevando la tendina oscurante, cerco di sbirciare fuori dal finestrino ma una nebbiolina bassa impedisce di vedere. Dopo un supplemento di relax e dopo una precaria e sommaria sistemazione, incurante che la mia valigia se ne sia andata per i fatti suoi e stia ancora volando per i cieli di mezza Europa, mi incollo al finestrino. Ormai la nebbia si e dissolta e la campagna russa appare nella sua realta: grandi campi delimitati da filari di betulle e macchie di bosco a perdita d’occhio in un saliscendi di colline basse e avvallamenti (qui si chiamano balke) che si perdono nell’orizzonte da qualsiasi parte si volga lo sguardo.

La terra e di colore scuro e vi si coltivano grano,mais,rape,miglio,barbabietole,patate ed i celebri girasoli ormai appassiti. Di montagne come le intendiamo noi non c’e traccia. Qua e la qualche villaggio di isbe, casupole basse perlopiù in legno, protette da una recinzione, col tetto di lamiera o di eternit (un tempo era di paglia); ogni tanto qualche centro urbano di piu ampie dimensioni la cui periferia e costellata da gruppi di dacie con annesso orticello, indispensabile per la sopravvivenza di chi vive in città.

Sono poco più delle 10 del mattino di venerdi 12 ed il treno si ferma come previsto a Liski dopo oltre 12 ore di viaggio.

Intruppato in un gruppo di 25 salgo sull’autobus numero 7 con destinazione “il sanatorio”, ovvero la Casa di cura Ziurupa, un complesso alberghiero capace di ospitare 700 persone e che potrebbe essere meglio definito come centro per il benessere perché vi si curano varie patologie e non si trascura anche il relax ed il divertimento.

Sorge in aperta campagna, al limite di un bosco di abeti, immerso in un parco ben curato con tanto di bar, ristorante, discoteca, biliardo, impianti sportivi, sauna,piscine,massaggi,parrucchiere, farmacia,edicola, biblioteca ed altro ancora.

La mia sistemazione e un lusso da queste parti; la mia camera e spaziosa con tanto di TV, frigo, telefono, servizi personali con acqua calda (…se non fosse per il lavandino che mi e rimasto in mano…). Da un volantino in un italiano un po’ incerto rilevo che una giornata di permanenza qui, comprese le cure, costa quanto una sosta in pizzeria da noi. Dalla nostra accompagnatrice vengo a sapere poi che questo posto ai tempi del regime era frequentato e riservato agli alti papaveri della nomenklatura.

L’autobus, con evidenti segni di vetusta e di stanchezza (da noi andrebbe diritto alla rottamazione), inizia la sua marcia verso quelle località che furono teatro delle operazioni militari. L’ambiente intorno e quello già visto: alture basse e balke; campi e macchie di vegetazione. La strada, abbastanza agibile, e un continuo e lento saliscendi con qualche tratto di piano. Il traffico, scarso, e costituito soprattutto da qualche mezzo pesante e da auto vecchie e logore: la versione sovietica delle FIAT 124 e 125. E’abbastanza frequente vederle ferme sul ciglio della strada col cofano alzato. Raramente sfreccia via veloce qualche auto europea di grossa cilindrata con i vetri rigorosamente oscurati. In prossimità di qualche incrocio dei contadini offrono prodotti della loro terra e miele in certi barattoli di vetro che hanno la parvenza di essere riciclati.

Segni evidenti di una economia povera che stenta a decollare. La perestroika, ovvero la riconversione attuata oltre una decina d’anni fa, ha avviato un nuovo corso più somigliante ai modelli di democrazia occidentale ma il costo sociale ed economico che ne sta sopportando la popolazione e elevato ed e per questo che Gorbaciov qui non e molto amato. Certe immagini mi riportano al nostro primo dopoguerra quando anche la mia famiglia e sopravvissuta grazie a vari espedienti che e meglio non ricordare. Guardacaso, poiché sono ancora orfano della mia valigia, cerco qualcosa per risolvere dei piccoli problemi di emergenza, ma non trovo nulla da acquistare.

Al termine di una breve discesa dove il bus riprende un po’ di fiato, l’autista parlotta con la guida che annuncia: Siamo sul Don.

L’atmosfera fino a quel momento vacanziera si fa d’un tratto silenziosa. Eccolo il famoso Don, il placido Don. Il suo letto e abbastanza ampio; l’acqua di un colore grigioverde sembra immobile in mancanza di pendenze che accelerino la sua corsa e il Mar d’Azov dove sfocia e ancora molto lontano. Qui, sulla riva sinistra erano dislocate le truppe russe e sulla riva destra erano schierati gli alpini. L’emozione mi prende ed un groviglio di pensieri mi frullano per la testa con tanti perché…che mi accompagneranno per il resto del viaggio.

Perché tanti dei nostri alpini furono mandati qui ? A combattere chi e che cosa ? Per quale causa ?

Ma era proprio necessario ? E perché non erano attrezzati adeguatamente ? Come mai furono utilizzati gli alpini in un ambiente quasi piatto visto che sono allenati alle asperità della montagna ?

Poco lontano si trova Belogorje,un piccolo villaggio di isbe allora presidiato dalla Tridentina. Qui, fra le macerie di un’isba, nel novembre 1942, da alcuni alpini del battaglione Tirano fu rinvenuta l’icona della Madonna del Don. Probabilmente qualcuno l’aveva messa in salvo dalla profanazione della chiesa, voluta dal regime di allora. La prese in consegna il padre cappuccino Policarpo da Valdagno, cappellano degli alpini, che la fece giungere in Italia. (Ora e custodita e si trova esposta al culto nella chiesa del convento dei Padri Cappuccini di Mestre).

Ai limiti di un piazzale in terra battuta troneggia un monumento al soldato russo che stranamente sul cinturone ha riprodotta in rilievo una sigla: E I. Che sara mai ? Nessuno mi sa dare una spiegazione. Poche sono le persone in giro con l’immancabile gruppo di ragazzini che ci avvicina e ci osserva con una espressione di meraviglia. Qualcuno ha individuato una specie di gazebo in legno dove si può bere, ma c’e da fare la fila perché in più di tre in piedi non ci si sta. E poi, piu di vodka e birra non c’e. Io intanto vado a curiosare dentro a un edificio basso che sembra essere la casa comunale con la compiacenza di due signore giovani e graziose che fanno da contrasto stridente con l’ambiente, molto ordinato, ma vecchio ed obsoleto.

Alla tappa successiva il bus fa una sosta sulla piazza antistante la stazione ferroviaria di Podgornoje

che fungeva da centro logistico e magazzino materiali.

La cittadina e abbastanza animata ed e un po’ più evoluta rispetto ai piccoli villaggi di isbe finora incontrati. Di fronte, il monumento ai caduti ben curato e ornato di fiori (artificiali) . Poco discosto mi attira una lunga fila di grandi foto applicate a un pannello di cemento, lungo il perimetro di una fabbrica. La guida mi spiega che cosi vengono premiati e segnalati i dipendenti giudicati i piu bravi. Evidentemente lo stakanovismo e ancora di moda. Ma non chiamateli piu “tabaresc” (= compagno) perché questo termine invece non e più di moda.

Nei pressi di Opyt la signora Lidia sta zappettando l’ orto e nello stesso tempo tiene sotto controllo la sua mucca che comunque e legata ad una catena ancorata al terreno.

E’ una donna solida e massiccia dallo sguardo fiero che ha lavorato molto nella sua vita e nonostante ciò, spiega mostrando le mani robuste e callose, deve ancora lavorare per sopravvivere. Italjanski ? Un sorriso le illumina il viso. Lei era ancora giovincella allora e non ricorda molto ma suo marito gliene parla sempre: gli alpini erano gentili e buoni con la gente. Laggiù ( e indica una piccola macchia di betulle ) ne sono sepolti circa 60.

Nel gruppo che sta seguendo questo percorso c’e anche Don Sergio, uno dei continuatori dell’Opera Don Carlo Gnocchi, quel cappellano, ora proclamato “venerabile”, che svolse il suo apostolato fra gli alpini e condivise insieme a loro le immani sofferenze della ritirata. Chiama tutti a raccolta per un momento di raccoglimento e di preghiera. Le sue parole colpiscono; la tensione e alta e si legge nel luccichio di tanti occhi. Anch’io devo farmi forza per leggere la preghiera dell’alpino. Spero che il Padre Eterno raccolga i tanti messaggi che gli arrivano da qui. Spero che alle anime di questi sventurati abbia riservato un posto d’onore in Paradiso visto che quaggiù, nel pieno della giovinezza la loro vita si e spenta, spezzata in maniera violenta e non hanno avuto nemmeno il privilegio di una tomba, abbandonati in una terra lontana senza che una madre, una sposa, un fratello, un figlio abbiano potuto prendersi cura di loro.

Sabato 13. Si prosegue verso ovest, nella stessa direzione che presero le truppe alpine alla ricerca della salvezza. I nomi con tante w e tante k delle localita che si incontrano come Krawzowka, Novo Charkowka, Warwarowka, Nikitowka si incrociano con quelli di Julia, Tridentina, Cuneense, Vicenza e del lungo elenco dei battaglioni che le componevano. Ovunque monumenti ai caduti imponenti e ben curati. E non e raro trovare anche in aperta campagna qualche cannone o qualche T 34 che fa bella mostra di se, lungo la strada.

Mi tornano in mente le immagini dei lunghi serpentoni scuri di soldati infagottati, affardellati e accompagnati dagli inseparabili muli su una coltre di neve bianca.

Qui, fra queste alture e queste balke, fra questi villaggi di isbe, quegli italiani hanno scritto una pagina di storia, di eroismi e di sacrifici sovrumani narrati in numerosi volumi, da “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi in poi. Qui, quegli alpini, per mantenere fede al dovere e per cercare una via di salvezza, hanno dovuto combattere contro avversari molto bene armati e attrezzati, ma anche contro la mancanza di mezzi adeguati ed il gelo implacabile che in quel periodo superava abbondantemente anche i 40 gradi sottozero e faceva più vittime del fuoco nemico.

… Perché..?. Perché qualcuno, accecato dalla bramosia del potere, doveva affermare che una razza era “uber alles” e si era illuso di poter conquistare il mondo. Col risultato di produrre solo sciagure.

(Qui e meglio venire a conquistare pacificamente le “matrjoske” ! Ne vale proprio la pena). Forse a quel qualcuno mancava qualche nozione di storia poiché doveva sapere che nessun impero ha retto e si e fatalmente sfasciato. Ne sanno qualcosa Gengis Khan, Alessandro Magno ed i nostrani antichi romani. Anche Napoleone da queste parti si e impantanato ed ha dovuto fare marcia indietro.

Ed i sovietici non sono da meno. Hanno concluso la guerra da vincitori, ma il loro grande paese che e grande in tutto: grande per la sua estensione, grande per la sua storia che annovera fra i regnanti Pietro il Grande che ha fatto grandi cose, grande per le sue tradizioni, grande per la sua cultura,… ha conosciuto una grande rivoluzione con una grande ideologia politica che ha prodotto grandi epurazioni con grandi campi di sterminio ed ha concluso il secolo scorso con un grande fallimento ed una grande conversione. Che equivale ad una sconfitta.

E le conseguenze le sta pagando il popolo russo con una qualità della vita per noi inimmaginabile.

Assorto nei miei pensieri, mi accorgo che siamo a Waluiki solo quando il bus si ferma. Nei dintorni di questa cittadina nei giorni 26, 27 e 28 gennaio 1943 ebbe fine il calvario della Julia, della Cuneense e della Vicenza. Mi sovvien che anche Emilio era della Julia e quindi anche lui e passato di qui ed e uno dei pochissimi riusciti a sfuggire miracolosamente alla cattura. Si, proprio Emilio Vialetto, il mio compagno di banda ai tempi del maestro”Bin Fuma” prima e di Attilio Boscato poi, quando da ragazzotto anch’io andavo a suonare il clarinetto. L’ultima volta che l’ho visto, un paio d’anni fa, era invidiabilmente in forma. Vorrei che fosse qui a rivedere e a raccontare….

Dopo una quindicina di chilometri di strada sterrata e piena di buche che mette a dura prova la tenuta del nostro bus, si scende verso un villaggio che si distende su una larga balka; avvicinandosi si distingue benissimo una linea ferroviaria a doppio binario che per un certo tratto corre su un terrapieno.

La in basso c’e un sottopassaggio. E’ Nikolajewka.

Anche senza l’aiuto delle cartine e certo il posto dove il generale Reverberi, salito su un blindato tedesco, lancio il suo famoso incitamento: “Tridentina Avanti ! “. Questo era l’ultimo ostacolo verso la salvezza e fu superato piu con la forza della disperazione che con le poche armi e le pochissime munizioni rimaste.

Il prezzo in vite umane fu enorme.

Le parole di Don Sergio puntualmente mi fanno riflettere ma non riescono ancora a fugare i miei tanti … perché… !

Richiamata forse da una insolita confusione, dalla recinzione della sua isba numero 73, la prima a destra dopo il passaggio a livello, si affaccia una signora anziana incurvata dagli anni e dalla fatica. E’ la signora Ielena. Nel gruppo c’e un giovane di 85 anni portati benissimo, l’avvocato Ruggero Di Palma Castiglione che parla un po’ di russo, all’epoca sottotenente del Ravenna ed ufficiale di collegamento col comando tedesco.

I due parlottano insieme e cosi si viene a sapere che la signora e sempre vissuta li; allora aveva 16 anni e alle 5 del pomeriggio preparava il te caldo per gli alpini perché faceva molto freddo. D’un tratto scompare ma riappare quasi subito con un secchio di mele. E’ tutto quello che ci può offrire. Spasiba, grazie, signora Ielena, il suo gesto e confortante ed e più eloquente di tanti discorsi. E grazie per pensare anche ai nostri alpini che sono sepolti dove lei sa.

Sulla strada per Uspenka dopo un paio di kilometri, in posizione defilata, percorrendo un viottolo in aperta campagna, con un po’ di difficoltà troviamo il cippo che ricorda i caduti italiani, su uno spiazzo seminascosto da una siepe alta di cespugli.

E’ chiaro l’intendimento di non dargli molto risalto; ma in compenso il posto e molto tranquillo. D’altra parte bisogna considerare che anche gli italiani sono stati degli invasori. Dopo gli onori e le preghiere, concludiamo il nostro mesto incontro con quanti riposano qui, sotto un blocco di granito, affidando al “Signore delle cime” il nostro saluto ed il nostro arrivederci.

E’ domenica 14. Partenza alle 7.30. Bisogna arrivare a Rossosch in tempo per le cerimonie ufficiali del 10* anniversario dell’inaugurazione dell’asilo e per l’80* del riconoscimento a Rossosch del rango di Città. E’ una giornata piena di sole. Palazzoni, viali alberati ed i monumenti ormai familiari, cannoni e T34 compresi, ci danno il benvenuto. La presenza di insegne con marchi commerciali multinazionali mi fa pensare ad un sintomo di risveglio economico e produttivo che non ho visto prima d’ora; ma le difficoltà sono tante, mi dice la guida.

L’asilo “Sorriso” (altro nome non poteva essere più appropriato) si nota subito; e inconfondibile.

L’edificio, recuperato da quanto restava della sede del comando del Corpo d’Armata Alpino, e basso, terrazzato, con al centro un tetto spiovente a mo di baita. Quella “baita” che sognavano i nostri alpini nell’inferno della ritirata. All’interno tutto e stato realizzato in maniera funzionale e razionale: sale allegre per la didattica,per i giochi, per il riposo e poi la mensa e la cucina. Nel seminterrato e stata ricavata una piccola foresteria per gli alpini/volontari che periodicamente provvedono alle manutenzioni di questo gioiello di famiglia ed un piccolo museo alla cui cura ed allestimento ha contribuito in maniera determinante il Prof. Alim Morozov, uno studioso di qui che ha raccolto un’ampia documentazione fotografica ed oggetti ritrovati, appartenuti alle nostre truppe, che sono mirabilmente esposti e curati … ed aiutano a ricordare.. .

Non trovo un superlativo adeguato a rendere l’idea di questa meraviglia, frutto del volontariato alpino che ha trasferito qui idee, risorse,mezzi ed oltre 700 alpini che si sono alternati, per lasciare a 140 bambini ed ai cittadini di Rossosch un segno di fratellanza e solidarietà.

Il cerimoniale fa il suo corso. La funzione religiosa con la Santa Messa precede il rituale civile che inizia con l’alza bandiera: prima quella italiana e poi quella russa con i rispettivi inni nazionali (Certo che sentire le note dell’inno di Mameli da queste parti, fa ancora più effetto). Il labaro dell’ ANA, i vessilli di sezione (ne ho contati 32), gli innumerevoli gagliardetti (manca solo quello del mio gruppo perché sta nella valigia dispersa) e le centinaia di alpini presenti sono perfettamente schierati. Al centro di un parco pubblico antistante l’asilo viene scoperto un piccolo monumento molto significativo: e riprodotto un cappello alpino stilizzato che accanto alla nappina con la penna affianca la stella a cinque punte, segno distintivo dell’esercito russo.

Seguono i discorsi delle tante autorità sia italiane che russe e la consegna di targhe, medaglie, riconoscimenti a cominciare dai pochi reduci presenti. E poi canti con i cori Soreghina di Genova ed Edelweiss Montegrappa di Bassano e musica con la fanfara Valchiese della sezione di Salo. Dulcis in fundo, non può mancare l’ esibizione di un gruppo di bambini che frequentano l’asilo, assieme alle loro insegnanti vestite con i locali, sgargianti costumi.

Il pomeriggio e dedicato alla festa con musica e folklore ma preferisco optare per “Quota Pisello”. E’ una altura piu elevata delle altre sopra Nova Kalitwa, da dove si domina un ampio tratto del Don che ad un certo punto compie un’ ansa e scompare dietro a uno sperone. Sulla sommità e stato edificato un monumento che riproduce in un bassorilievo una scena di guerra. Lo sovrasta una specie di obelisco con una stella in punta. Ai lati numerose lapidi riportano i nomi di 2000 caduti russi. Intorno qualche traccia di trincea. “Questo tratto era presidiato dalla Julia e proprio qui, intorno al 20 gennaio 1943, quando il ripiegamento era già cominciato, avvennero dei furiosi combattimenti …..” . Il prof. Morozov che di buon grado ha accettato di venire con noi, e prodigo di informazioni e spiega con pazienza incalzato dalla curiosità di tanti che vogliono sapere. L’immancabile e per me indimenticabile don Sergio si prepara per celebrare la Messa, ma manca un altare. Detto e fatto. Con alcuni zaini si fa una pila, come tovaglia si dispiega una bandiera tricolore e salta fuori anche un sacchetto di pezzetti di pane con del vino e dell’acqua. Sembra di essere tornati ai primi tempi della Chiesa.

“Il sacrificio di tante vite umane non e avvenuto invano…. Dobbiamo tenere sempre accesa la fiamma della speranza…” Si, ma la nostra millenaria civiltà cristiana (mi vien da borbottare fra me e me), ci ha chiesto un prezzo enorme. Perché fare la guerra? Che senso ha? E’ meglio fare asili !

Forse ha ragione don Sergio perché in mezzo a noi sono comparse due anziane signore che si sono inerpicate fin quassù, facendosi coraggio l’una con l’altra tenendosi sottobraccio, per pregare insieme agli alpini. Ricordano ancora bene quell’inverno quando spesso, in famiglia, dividevano con i nostri soldati una zuppa calda ed il tetto delle loro isbe. Anche questa e speranza. Cosi come l’asilo “Sorriso” di Rossosch. Ad un comando i vessilli ed i gagliardetti si innalzano. Sull’attenti ascoltiamo la preghiera dell’alpino. L’emozione e fortissima ed alla fine vedo molti volti rigati.

Ore 21.45. Il mio posto sul treno speciale notturno diretto a Mosca: carrozza 6 scompartimento 3 con 4 cuccette, mi attende. (Meno male che domani, forse, riuscirò a recuperare la mia valigia). Ritrovo gli amici di Borgo Valsugana che avevo perso di vista perché assegnati ad un gruppo diverso. Ci scambiamo le impressioni e abbiamo molto da dirci, incoraggiati anche da una bottiglia di wodka che incautamente Armando ha tirato fuori. Cosi lui mi racconta di un altro asilo, questa volta in Sardegna, rimesso in piedi dal volontariato degli alpini della sezione di Trento; certamente questa storia meriterebbe di essere più conosciuta, ma si sa che gli alpini fanno senza tanto clamore e per questo, spesso, sono scomodi e si preferisce collegarli all’immagine col fiasco di vino. Ormai e notte inoltrata quando tocchiamo il fondo (della bottiglia) e la stanchezza accumulata ci consiglia di riposare. Io pero non riesco a chiudere occhio. Tante sono le emozioni di questi tre giorni.

Come in un film, rivedo i fotogrammi dei momenti più intensi che sicuramente mi resteranno impressi nella memoria. E poi sono contento di aver conosciuto i “soci della birra” e del fortunato incontro con gli amici di Gropparello, un comune situato sulle prime pendici dell’appennino piacentino dove, nel castello di Montechino, sono venuto alla luce. Pero il pensiero più fisso e malinconico mi rimane per quei dispersi, senza nome, che sono sepolti qua e la, fra le colline basse e le balke di questa campagna russa, vicino alla riva destra del Don.

Il treno mi sta portando via ma mi rimane un rammarico: di non aver avuto più tempo per vedere ancora, conoscere e poi capire di piu la gente di qui che non e molto diversa da noi, anche se sorride poco. Spero, un giorno, di ritornare.

Una cosa e certa: che mi sento ancora più ricco d’orgoglio per appartenere alla grande famiglia degli alpini che ha voluto lasciare a Rossosch un segno di quella fratellanza e solidarietà che sono caratteristiche indelebili del loro DNA. Valori che sembrano essere sempre più rari nella società moderna ma che sono una colonna portante di qualsiasi comunità, indipendentemente dal modo di pensare e di credere. E questo messaggio e mirabilmente sintetizzato nelle parole incise sulla targa fissata al monumento dedicato ai caduti italiani e russi, di fronte all’asilo “Sorriso” : “Da un tragico passato, un presente di amicizia, per un futuro di fraterna collaborazione”.

L’alpino Ten. Giancarlo Bianco